Cavour

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<br />Camillo Benso conte di Cavour, in un ritratto di Antonio Ciseri


Camillo Benso conte di Cavour, in un ritratto di Antonio Ciseri

(Torino 1810 – 1861). Avviato dalla famiglia alla carriera delle armi, fu ufficiale del Regno di Sardegna sino al 1831. Di convinzioni liberali, dopo un viaggio in Europa occidentale apportò importanti novità nella conduzione dell’azienda agricola familiare di Leri. Componente della Commissione superiore di statistica (1836), nel 1842 si fece promotore di un’Associazione agraria sostenendo con determinazione le politiche liberiste. Nel dicembre 1847 fonda “Il Risorgimento” giornale liberal-costituzionale in cui sostiene la richiesta di uno statuto e la necessità della guerra all’Austria per la liberazione del Lombardo-Veneto.

Eletto alla Camera nelle elezioni del giugno 1848, leader del gruppo di centro-destra, nel 1850 entra nel governo D’Azeglio come ministro dell’agricoltura. Fautore del cosiddetto “connubio” col centro-sinistra di Urbano Rattazzi nel 1852 dà vita a un proprio governo. Intraprende così un’ampia politica di riforme, toccando le finanze, l’esercito, l’istruzione popolare e le infrastrutture del regno. Accogliente verso i patrioti lombardi e del resto d’Italia emigrati in Piemonte, si mostrò ostile nei confronti dell’Austria.

Nel 1855 riuscì a inserire il Piemonte nell’alleanza franco-turco-britannica contro l’impero zarista e inviò in Crimea un contingente di 15.000 uomini. Ottenne così di partecipare al congresso di Parigi (1856) nel corso del quale pose all’attenzione della politica europea la questiona italiana, suscitando l’interesse di Napoleone III e la promessa di un intervento francese contro l’Austria, nella prospettiva della formazione di un’Italia confederata, filofrancese e antaustriaca.

Nel corso della Seconda guerra d’indipendenza (1859) si dimise dopo l’armistizio di Villafranca che cedeva la Lombardia al Piemonte, ma lasciava ancora il Veneto all’Austria. Tornato al governo nel 1860, non guardò con simpatia alla spedizione dei Mille, ma non cercò di ostacolarla, spingendo le truppe sarde nelle Marche, in Umbria e nei domini borbonici inducendo così Garibaldi a lasciare che fosse la monarchia sabauda a completare il processo nazionale unitario.

Morì il 6 giugno 1861 impegnato nello sforzo di risolvere la questione del rapporto del nuovo Stato con la Chiesa.